Siccome domani non potrò scrivere sul blog, se non a tarda ora, è forse il momento di chiudere qui (almeno per il momento) il discorso aperto all’inizio di settimana.
Il libro di cui parlerò l’avevo incrociato on-line mesi fa. Ne avevo letto poche righe, m’incuriosiva, intreccia due temi che mi stanno a cuore. Sarei anche andato alla presentazione se non fosse stata fatta in un orario che per me è di lavoro. Poi, entro il diluvio di informazioni spesso inessenziali che ci percuote, me n’ero anche un po’ scordato; ringrazio la casualità, forse, e caracaterina in particolare per avermelo riportato in memoria.
Leggere dev’essere un piacere, altrimenti... Il rischio è quello di raccontare la noia (e adesso, forse, correrò questo rischio).
Non mi ricordo la prima volta che incontrai quel libro, ma dev’essere stato leggendo il blog di Herzog, poi per successivi rimandi arrivai all’edizione on-line di Una tragedia negata.
Sono curioso e il tema m’interessava, se non altro per ragioni d’età, il fatto che l’autore scrivesse da Torino era una ragione in più. Quel che mi ha convinto a comperarlo, però, sono state queste parole Nel suo solito, affascinante, modo di raccontare era riuscita a convincermi che si trattasse di un libro indispensabile. Un punto fermo. Una memoria distesa su carta che avrebbe, finalmente!, colmato in parte quel nodo di inquietudine che mi tormenta con la ricorrente idea d’aver perduto tanti giorni della mia giovinezza. [Meglio: non i giorni, ma l’entusiasmo e la passione di quei giorni].
Non è così e lo si capisce subito dalle prime pagine. Quelle dove l’autore descrive la fotografia di Uliano Lucas. La conosciamo bene, l’abbiamo vista mille volte sui libri, su Internet, sui periodici del tempo o su quelli che rievocavano quel tempo [e, intanto, una breve parentesi: l’A. passa con indifferenza dall’espressione “anni di piombo” all’espressione “anni ‘70”, dando l’impressione che dovrebbe allargare di molto le sue letture di argomento storico]. Ma torniamo alla foto. Mai, io credo, rivedendola, avremmo pensato a quei portabandiera come a dei ragazzi ai quali “s’è spento il cervello”. Davvero inquietante che l’A. si esprima così.
Che l’A. debba leggere qualcosa di più sugli anni ’70 e , volendo scrivere un saggio sulla narrativa degli anni di piombo, anche molto di più sulle biografie dei terroristi, è provato da un’altra affermazione polemica quanto non veritiera: “una parte di una generazione relativamente ricca e benestante” (p. 25). Affermazione gratuita che puzza di moralismo, naturalmente, e che fa il paio con quell’altra idea portante del testo, idea che sostiene parecchie pagine, e vede nel conflitto con i padri il grande detonatore del piombo dei Kalashnikov. Così si finisce col porre in un indistinto “lungo ‘68” sia gli scontri a Palazzo Campana (Torino ’67) che l’assalto di Prima Linea in via Ventimiglia (1980). Non va non va, così non va.
C’è poi questo disinvolto uso delle fonti che lascia perplessi. Non tanto per la loro eterogeneità e diversa pertinenza, quanto per l’uso strumentale che se ne fa. L’A. dice una cosa vera, quando afferma che il cinema è stato più tempestivo della letteratura (p.30) nel “prendere coscienza” degli anni Settanta (ancora!, anni ’70 ma poi parla solo del terrorismo), tuttavia fa citazioni a caso e dimentica, per esempio, sia i film di Marco Tullio Giordana (precedenti La meglio gioventù), sia Il caso Moro di Ferrara (che precede Bellocchio), dimentica Segreti segreti, dimentica La tragedia di un uomo ridicolo (lui che ama la tragedia e i conflitti generazionali!). Arriva alla presunzione di citare una data d’inizio per la narrativa sul terrorismo (maggio 2003), dimenticando opere precedenti, che saranno più o meno importanti (non è detto che i suoi testi di riferimento siano più significativi) ma che non si possono dare come non esistenti. Ricordo (e cito solo quel che ho sugli scaffali, senza pretese esaustive) Nucleo zero di Luce D’Eramo, Una vita sospesa di Diego Novelli, Il cattivo maestro di Vincenzo Mantovani, Rosso di Mària di Teresa Zoni Zanetti (ex terrorista nel gruppo di Corrado Alunni), alcuni racconti (gialli) di Loriano Macchiavelli o di Carlo Lucarelli, Arrivederci amore, ciao di Carlotto, La seconda vita di Alessandro Gennari, L’ora del ritorno di Stefano Tassinari....Insomma, di materia precedente quell’incomprensibile maggio 2003 ce n’era, volendo.
Ma procedendo nella lettura non devono trascorrere molte pagine perchè emerga il vero punto di vista dell’autore. Altro che “il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana”! L’A. ha come punto di riferimento la recentissima moda della rivalutazione del punto di vista delle vittime. Perchè indagare sugli anni di piombo? Facciamo parlare le vittime (incolpevoli, certo) ora che gli ex sono perfino arrivati in Parlamento. Ma cosa ci può dire una sorella di un poliziotto, di storicamente e narrativamente significativo, che vada oltre al lutto e al dolore? Il libro di Calabresi (scritto bene) non aggiunge una virgola a quel che sappiamo e non sappiamo sull’omicidio del padre.
Ma questa è una moda recente, ho scritto. Sbagliando, perchè invece è mossa dallo stesso istinto vendicativo, non recente, che muove l’ing. Sajevo (Moretti) ne La seconda volta di Calopresti. Che per buona parte del film si trasforma nel persecutore dell’ex terrorista.
Chiudo. L’A. assomiglia un po’ (un po’ troppo, direi) alla figura del figlio nel film Colpire al cuore di Gianni Amelio. E questo non mi piace.
Ad uno studioso di Manzoni non dobbiamo chiedere la sua opinione sulla guerra per la successione di Mantova e del Monferrato; non ci importa nulla di quel che lo studioso pensa sull’efficacia e sulla reiterazione delle “grida”. Deve raccontarci come Manzoni raccontò quei fatti, stop. Possibilmente documentandosi a fondo.