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martedì, 25 marzo 2008

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Voglio comperare questo libro. http://www.edizionimaestrale.com/books/book.php?id=232
 
Le prime “storie sulla Resistenza” sono racconti orali e vengono narrate a bassa voce, prima dell’Aprile, ancora “a caldo”. Soltanto successivamente irromperà quella “smania di raccontare” di cui scrive Calvino.
Anche le prime “storie sul terrorismo” hanno un’origine orale, ma a differenza delle precedenti mancheranno di epos, verbalizzate come saranno nelle locali caserme dei carabinieri.
Vi è quindi questa prima, sostanziale, differenza di origine a separare la letteratura sui due fenomeni, fatte salve le non comparabili considerazioni storico-politiche.
Farei un’eccezione (parziale) per i due libri di Arpaia (Il passato davanti a noi) e di Rastello (Piove all’insù), del resto non credo che si possa parlare, non ancora, di letteratura sul terrorismo; anche se i generi utilizzati per raccontare questo secondo fenomeno sono gli stessi del primo: molta memorialistica con pudori e sfrontatezze, autobiografie più o meno reticenti o lacunose. Poi qualche racconto o romanzo, dai quali molotov, kalasnikov e P38 vengono emergono così, quasi unicamente a segnare un sentiero presente sulla mappa, e del quale si ricordano fascino e insidie, ma mai convintamente esplorato. Ci si affida, più che altro, alla memoria insieme labile e corriva del lettore.
Nel ’49 Calvino rispose negativamente, alla domanda se la letteratura italiana avesse fornito una qualche opera capace di rappresentare tutta la Resistenza. Corresse questa opinione solo nel ’63, scrivendo la prefazione alla nuova edizione del Sentiero dei nidi di ragno, e individuò in Una questione privata “il romanzo che tutti avevamo sognato”, “Il libro che la nostra generazione voleva fare”. La nostra generazione quel romanzo non è stata capace di scriverlo.
Naturalmente il fatto che ci manchi una cospicua letteratura sugli anni di piombo è contestuale al fatto che non possediamo, non ancora, un’analisi approfondita su quegli anni, e in questo senso è verissimo: “la tragedia è negata”. Rimossa. Anche per le modalità, da confessionale del venerdì santo, con le quali si avviò la chiusura.
Eppure, anche la Resistenza, che fu guerra patriottica, di liberazione ed anche – molto – guerra civile, ebbe la sua dimensione tragica, che neppure Fenoglio (pur scrivendo quel libro generazionale) affrontò di petto. Da questo punto di vista, forse, la dimensione più tragica della Resistenza è riassunta in quella sequenza del film La notte di san Lorenzo, quella del campo di grano, dove la voce narrante vede il fascista trafitto come un eroe omerico.
Non so se il problema, quindi, sia solo quello della tragedia negata (forse ci mancano gli scrittori), in fondo la questione non si presenta in modo diverso da come si presentava a Vittorini e agli altri nella seconda metà degli anni ’40: “tutto il problema – scriveva Calvino – ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che era per noi il mondo”.
Ecco, ora mi è chiaro: fu proprio allorché si sostituì alle armi della critica la critica delle armi, che quel mondo si spezzò come in un caleidoscopio. Ecco l’altra ragione per cui non avremo mai un romanzo sugli anni di piombo, ma soltanto frammenti di vetro fragile e colorato.
postato da: musicamauro alle ore 13:52 | link | commenti (15)
categorie: terrorismo, letteratura

Commenti
#1   25 Marzo 2008 - 18:32
 
e se non ci fosse niente da raccontare (il romanzo) ?
se quegli anni fossero solo argomento di cronaca ?
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#2   25 Marzo 2008 - 18:44
 
Dai..., non dire cose in cui tu stessa non credi.
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#3   25 Marzo 2008 - 19:13
 
Eh!
Le storie della resistenza si intrecciavano con altre vite, con la natura, la montagna, le campagne. C'erano le donne, la sensualità e il desiderio combattevano con la disperazione e la morte.
Per le storie degli anni di piombo c'è solo cemento, asfalto, una vita appena vissuta, quanti anni? (trenta al massimo) di uno, qualsiasi, che giace, riempiendo una sagoma di gesso. Non ci sono altre vite, altre storie intorno. Manca uno scopo.
a.
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#4   25 Marzo 2008 - 23:22
 
mah..io saro semplice ma la resistenza lottava per una causa giusta ,cioe la liebrazione dall oppressione nazifascista e il terrorismo per una cosa sbagliata e con mezzi sbagliati soprattutto.
tanto è vero che la resitenza conivolse la maggior parte della popolazione mentre il terrorismo ,e meno male! falli.resistenza :bene terrorismo :male.
è chiaro che anche nella resistenza ci furono zone d ombra ...perche le guerre sono guerre e non sono fatte di opere di bene ....pero la rsistenza era il necessario ,era la cosa giusta da fare,anzi none ra nemmeno possibile un' altra scelta ,era solo quella la scelta.il terrorismo per alcuni rappresento una scelta ma una scelta scellerata che ,ovviamente ,era destinata al fallimento
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#5   26 Marzo 2008 - 00:12
 
Ok Cecilia, e su questo non ci piove.

Però la domanda è un'altra: Come mai non ci sono romanzi sul terrorismo?

A distanza di 30 anni si potrebbero scrivere. E' un po' come se sino al '73-'75 non fossero usciti romanzi sulla Resistenza!

[Oppure si potrebbe prendere per buona la tesi esposta qui, dove però (l'ho letto oggi) si mescolano impropriamente saggi, memorie personali e narrativa... E allora bisognerebbe discutere sul come mai, neanche le pagine di cui là si scrive soddisfano il nostro desiderio. La mia risposta - per quel che vale - è semplice: all'autore non sarebbero piaciute neppure le memorie di Bube (il ragazzo di Mara) se quello le avesse scritte!]
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#6   26 Marzo 2008 - 00:32
 
Non è che gli italiani non capiscano la tragedia. Ci vogliono figure di grande spessore, per fare una tragedia. Prendi buongiorno notte, senza la figura di Moro sarebbe una storia vuota. L'unica tragicità da romanzo che io ricordi è la comunicazione a Donat-Cattin dell'arresto del figlio.
Ma tu continua pure a fare finta di non capire ...
a.
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#7   26 Marzo 2008 - 00:38
 
questo non lo so.
forse perche scrivere sulla resistenza è pou facile.perche per il valore che ha avuto sicuramente scriverne creava piacere in chi lo faceva e in chi leggeva.le cose erano andate bene ,aveva vinto la parte giusta e la parte giusta si cleberava .e era bello per tutti perche era gratificante.
poi è vero sono venuti anche libri che magari svelavano cose anche piu brutte della resistenza ma comunque l aprte che doveva vincere aveva vinto.la gente aveva sofferto ,era bello e di soddisfazione parlare di quell esperienza li ora che era passata.erano stati fatti tanti sacirfici ma avevano portato alla nascita di un paese nuovo.la ge nte aveva combattuto per far vincere il bene.
nel caso del terrorismo si deve parlare del buio ,.del grigio ,del cemento come dice angela non solo come ambiebnte urabano ma come grigio e cemento del paese e dell anima.non c'è nulla di gratificante.inoltre forse ancora ci sono punti oscuri.è un apssato buio ,forse la gente non ne vuole parlare forse prefersice a torto o ragione dimenticare.
la luce la.qui il grigio e il buio.
è di minor audience di siciro una cosa cosi...questo a mio nullo ,per niente dotto ,sentire
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#8   26 Marzo 2008 - 01:03
 
Vi sbagliate con 'sta storia del grigio e dell'asfalto. Angela lo sa bene: c'era la musica, i fumetti il cinema, i raduni, i girotondi... e c'era il lutto, quasi quotidiano, certo. E c'era un sacco di gente.
E' che a noi piacciono soltanto le vittorie, quelli che ci raccontano le sconfitte, di solito, li definiamo disfattisti o complici. A pochi è dato di scrivere un romanzo di una sconfitta e farne un best-seller, mi viene in mente Tolstoj, o meglio ancora Foscolo.
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#9   26 Marzo 2008 - 22:15
 
io sul clima di allora non posso dire ,ero gia in vita ma bambina.
posso concordare sul fatto che guerra è pace è straordinario , (penso tu parli di quello)si.pero ,non che sia una sconfitta.guerra e pace era scritto da un russo che amava il suo popolo e celebrava anche in quel caso la sconfitta di napoleone ma la vittoria incredibile del suo popolo ..quindi ...era ancora la glorificazione di una vittoria e di una vittoria giusta visto che si trattava anche in quel caso della difesa della liberta di una paese invaso...
vero che napoleone portava idee piu nuove e la russia era un paese piu arretrato ma ognuno ha diritto a autodeterminarsi ,no ,prof?
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#10   26 Marzo 2008 - 22:50
 
Hai ragione, sono troppo sbrigativo.
A parte il fatto che Guerra e pace contiene una vittoria russa, ma anche una precedente sconfitta, io pensavo a sconfitte individuali. Jacopo Ortis si uccide, per es., ma le sue vicende "incendiarono" tutti quelli che fecero il '48.
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#11   26 Marzo 2008 - 23:51
 
prof ,con tutto il rispetto e la considerazione per jacopo ortis ... io ricordo che dopo averlo letto -la lettura integrale era obbligatoria per la preparazione al compito -io e la mia compagna di banco che studiavamo insieme e ,essendo come sorelle vivevamo a volte insieme , ci si addormentava di botto e si faceva delle dormite di ore....il compito non ando tanto bene a nessuna delle due ricordo ,un sei striminzito o poco piu ,pero come sonnifero ortis era fantastico!invece a walteruccio mio(lo stronzino... ) piaceva da matti...ne deduci?
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#12   27 Marzo 2008 - 00:14
 
che tu e l'amica tua eravate donne del vostro tempo e non eroine romantiche!
Epperò confermo: i narratori di sconfitte non piacciono :))
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#13   27 Marzo 2008 - 00:31
 
pero i sepolcri e i sonetti mi piacevano. specie quello che parlava della sera....e il foscolo in generale mi piaceva.anche se io preferivo leopardi....io mi sento anche romantica...
sull idea che il raccontare sconfitte sia meno accattivante ,sono comunque d 'accordo.
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#14   27 Marzo 2008 - 01:17
 
ma chi dovrebbe/potrebbe scrivere un romanzo sul terrorismo ?
Ho letto il libro di Mario Calabresi che è anche un romanzo, credo che di più non si possa fare
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#15   27 Marzo 2008 - 11:15
 
Ci vuole uno scrittore, non un giornalista per quanto onesto, ma coinvolto, come Calabresi.
Il libro è interessante ma non è un romanzo.
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