Le prime “storie sulla Resistenza” sono racconti orali e vengono narrate a bassa voce, prima dell’Aprile, ancora “a caldo”. Soltanto successivamente irromperà quella “smania di raccontare” di cui scrive Calvino.
Anche le prime “storie sul terrorismo” hanno un’origine orale, ma a differenza delle precedenti mancheranno di epos, verbalizzate come saranno nelle locali caserme dei carabinieri.
Vi è quindi questa prima, sostanziale, differenza di origine a separare la letteratura sui due fenomeni, fatte salve le non comparabili considerazioni storico-politiche.
Farei un’eccezione (parziale) per i due libri di Arpaia (Il passato davanti a noi) e di Rastello (Piove all’insù), del resto non credo che si possa parlare, non ancora, di letteratura sul terrorismo; anche se i generi utilizzati per raccontare questo secondo fenomeno sono gli stessi del primo: molta memorialistica con pudori e sfrontatezze, autobiografie più o meno reticenti o lacunose. Poi qualche racconto o romanzo, dai quali molotov, kalasnikov e P38 vengono emergono così, quasi unicamente a segnare un sentiero presente sulla mappa, e del quale si ricordano fascino e insidie, ma mai convintamente esplorato. Ci si affida, più che altro, alla memoria insieme labile e corriva del lettore.
Nel ’49 Calvino rispose negativamente, alla domanda se la letteratura italiana avesse fornito una qualche opera capace di rappresentare tutta la Resistenza. Corresse questa opinione solo nel ’63, scrivendo la prefazione alla nuova edizione del Sentiero dei nidi di ragno, e individuò in Una questione privata “il romanzo che tutti avevamo sognato”, “Il libro che la nostra generazione voleva fare”. La nostra generazione quel romanzo non è stata capace di scriverlo.
Naturalmente il fatto che ci manchi una cospicua letteratura sugli anni di piombo è contestuale al fatto che non possediamo, non ancora, un’analisi approfondita su quegli anni, e in questo senso è verissimo: “la tragedia è negata”. Rimossa. Anche per le modalità, da confessionale del venerdì santo, con le quali si avviò la chiusura.
Eppure, anche la Resistenza, che fu guerra patriottica, di liberazione ed anche – molto – guerra civile, ebbe la sua dimensione tragica, che neppure Fenoglio (pur scrivendo quel libro generazionale) affrontò di petto. Da questo punto di vista, forse, la dimensione più tragica della Resistenza è riassunta in quella sequenza del film La notte di san Lorenzo, quella del campo di grano, dove la voce narrante vede il fascista trafitto come un eroe omerico.
Non so se il problema, quindi, sia solo quello della tragedia negata (forse ci mancano gli scrittori), in fondo la questione non si presenta in modo diverso da come si presentava a Vittorini e agli altri nella seconda metà degli anni ’40: “tutto il problema – scriveva Calvino – ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che era per noi il mondo”.
Ecco, ora mi è chiaro: fu proprio allorché si sostituì alle armi della critica la critica delle armi, che quel mondo si spezzò come in un caleidoscopio. Ecco l’altra ragione per cui non avremo mai un romanzo sugli anni di piombo, ma soltanto frammenti di vetro fragile e colorato.